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piloro

Inviato il 7.03.2007 alle 11:27 - 0 Comments - Invia un commento - Link

Testo:

Nel 1971, l’eliminazione dell’oro a garanzia della banconota determinò un’ipertrofia del contenuto concettuale del pil (prodotto interno lordo), il cui calcolo, prima di quella data era ritenuto, a ragione, impossibile. Pensando all’oro ed al pil nella misura in cui il pil è un vero rebus di scelleratezze, enigmisticamente si può facilmente arrivare alla parola “piloro”, cioè alla valvola di passaggio del cibo dallo stomaco all’intestino. Sarà forse per questo motivo che provo nausea ogni volta che sento parlare del pil, anche e soprattutto perché tutti i sostenitori della dottrina del pil eccedono nella quantità di cibo ingerito in rappresentanza del cittadino sempre più affamato? In ogni caso, per prenderla sul ridere, questa patologica ipertrofia del concetto di pil a discapito dell’oro, io la chiamo “ipertrofia del piloro”, malattia per la quale sembra non esservi rimedio… Non solo. Oltre all’ipertrofia del piloro, vi è pure una vera e propria tradizione del pil come pilastro della truffa, che tutti tramandano facendo finta che l’emissione di moneta senza garanzia dell’oro abbia oggi la garanzia di un pil che in realtà è calcolato ad occhio, dato che scientificamente tale calcolo è impossibile. Questo calcolo infatti incominciò ad essere spacciato come dato economico indiscutibile  dopo la conversione in massa degli economisti universitari “ad usum delphini” i quali dal 1971, in nome del pil, iniziarono a vaneggiare, affermando l’inaudito, vale a dire attribuendo valore positivo a fenomeni considerati fino ad allora unanimemente massimamente negativi quali, per esempio, la malattia, l’inquinamento, l’inefficienza dell’amministrazione pubblica, la criminalità, e molte altre cose aberranti. Mediante tale conversione al male si finì per considerare il pil come una vera e propria misura del benessere, pur non essendo affatto tale, come risulta dalle considerazioni seguenti. È infatti nauseabondo registrare negativamente il valore del tempo libero: nell’ottica del pil, se la gente preferisce lavorare di meno, diminuisce il pil. Invece nella realtà è vero il contrario, dato che solo l’aumento del pil può ispirare nella gente il desiderio attuabile di avere più tempo a disposizione.  È nauseabondo chiamare aumento - anziché diminuzione - del benessere comune la crescita del pil, se questa crescita avvantaggia i ricchi e nello stesso tempo svantaggia i poveri aumentandone il numero. È nauseabondo considerare improduttivo per il pil il lavoro della casalinga in quanto servizio prestato non a pagamento, e considerare benessere l’eventuale malessere della stessa costretta ad assumere a pagamento una collaboratrice. Lo stesso dicasi in generale per i lavori “fai da te” e per il volontariato. È nauseabondo che sanità, giustizia ed istruzione, non avendo prezzi di mercato, valgano in base a quanto lo Stato spende per produrli, se per produrli “gratuitamente” si impiegano molti più mezzi del necessario in un contesto di pessima organizzazione che ne gonfia il valore di servizi pubblici e di pil. Inoltre è nauseabondo a parità di costo per il pil un servizio di pessima qualità ed un altro servizio di qualità ottima: il servizio inefficace, che manca completamente gli obiettivi prefissati, invece di venire considerato come una perdita di risorse, viene anch’esso sommato al pil.  È infatti nauseabondo che nell’ottica del pil, il contributo al benessere fornito da un certo bene o servizio sia dato dal suo prezzo di mercato, senza nessuna considerazione per la sua qualità. In questo contesto infatti l’“ipertrofia del pil-oro” è massimamente percepibile, dato che in tale ottica un milione di euro in alimenti di prima necessità contribuisce al benessere esattamente quanto un milione di euro in sigarette o in mine antiuomo. In tale patologia del pensare, il male diventa il bene, e viceversa. Sembra incredibile, ma è così: se per esempio vi sono due industrie che producono la stessa cosa, ma con la differenza che una impiega una tecnologia pulita, mentre l’altra una tecnologia altamente inquinante, dal punto di vista del pil, uguali quantità di prodotto delle due industrie in questione apportano esattamente lo stesso contributo al benessere, dato che i danni causati all’ambiente e alla salute delle persone non sono tenuti in considerazione nel calcolo del pil, anzi: poiché i danni arrecati all’ambiente ed alla salute richiedono interventi riparatori a spese della collettività, l’industria che inquina, indirettamente contribuisce al pil più di quella che non inquina. E ancora: è nauseabondo dire che in base al pil l’aumento della criminalità produca benessere. Infatti, per difendersi dai criminali, i cittadini sono costretti ad acquistare sistemi di allarme, a ricorrere ai servizi di vigilanti privati, a contrarre polizze di assicurazione, ed anche lo Stato reagisce, rafforzando i corpi di polizia e le strutture giudiziarie, e facendo in tal modo aumentare il pil. Di fronte alla presa d’atto che il pil non è un valido indicatore del benessere, gli economisti convertiti ed i politici, camerieri dei banchieri, lo usano ugualmente perché così fanno tutti, e per una sorta di ipnosi collettiva in cui si è convinti che un certo comportamento è giusto in quanto è seguito dalla maggioranza. Ecco perché la crescita del pil, che va a beneficio soprattutto dei grandi manipolatori di capitali (detentori del potere economico, che hanno tutto l’interesse a perpetuare l’abitudine di identificare l’aumento del benessere con la crescita del pil) ha disastrose conseguenze negative che ricadono sulla collettività. Per concludere ironicamente si potrebbe dire che è nata una nuova tradizione: la “tradizione del piloro”, che fa sì che i politici continuino a mangiare in rappresentanza del popolo.


emissione

Inviato il 23.01.2007 alle 17:50 - 1 Comments - Invia un commento - Link

 

Testo dell'articolo "Emissione di moneta: l'unica liberalizzazione necessaria" di Nereo Villa:

 

Attualmente, il ministro Bersani è il politico probabilmente più amato, o più temuto, per le sue azioni di cosiddetta politica di liberalizzazione in vari importanti settori della vita economica e sociale del Paese. Come si sa, le liberalizzazioni accontentano o scontentano le categorie interessate, le quali si trovano appunto avvantaggiate o svantaggiate dai provvedimenti governativi che ne ridefiniscono ogni volta le regole.

Per cui nascono le solite diatribe che dividono destra e sinistra, ma soprattutto alcuni cittadini da altri cittadini. Ogni volta che Bersani promuove una nuova liberalizzazione, ci sono almeno sei mesi di noiosissimi dibattiti televisivi e/o massmediatici, per stabilire convenienze o sconvenienze, utilità o inutilità, vantaggi e svantaggi. Insomma, da una parte c’è sempre qualcuno che pensa di essere beneficato dalla nuova legge e, dall’altra, qualcun altro che pensa di venirne danneggiato.

Nella totale confusione in cui avvengono queste discussioni, non si riesce a capire che in realtà vi sarebbe un’unica, essenziale ed indispensabile liberalizzazione da attuare, la quale renderebbe superflue tutte le altre, e cioè la liberalizzazione della moneta.

La moneta infatti la usano tutti, dalla casalinga al grande imprenditore, ed il fatto che essa sia emessa come merce da una banca centrale che non ha concorrenza alcuna, fa sì che tutti, sottolineo tutti, siano sottomessi ad una super autorità centrale che esercita, oltretutto occultamente, non solo il grande potere mercantile di essere unica venditrice (monopolio) del proprio prodotto, ma anche quello di  immettere lo stesso in un mercato costituito da un unico compratore (monopsonio): il cittadino che usa la moneta “unica”.

Ciò detto, mi permetto quindi di suggerire al ministro Bersani che sarebbe ora di prendere in considerazione il fatto che esclusivamente la liberalizzazione dell’emissione monetaria consentirebbe finalmente al popolo di divenire proprietario della propria moneta, e dunque di esercitare davvero la sua sovranità.

Escludendo ovviamente le generazioni di banchieri - che da tre secoli, vale a dire dalla fondazione della banca d’Inghilterra (1694) ad oggi, di padre in figlio si tramandano le dinamiche di manipolazione dei capitali della gente, come denunciato nel 1885 da Marx nel Capitale (Libro I, capitolo 24, par. 6, Ed. Riuniti, Roma 1974, pp. 817-818) - sulla liberalizzazione dell’emissione monetaria non potrebbe infatti esserci contestazione alcuna, dato che tutti ne trarrebbero vantaggio: perché il pubblico non avrebbe più alcun debito, ed il debito pubblico diverrebbe reddito di cittadinanza per tutti, dalla nascita alla morte. Mentre oggi, appena un bambino nasce, ha già trentamila euro di debito! Ad ogni cittadino dovrebbe invece essere attribuito, dalla nascita, un codice di redditi sociali mediante cui accreditargli mensilmente la quota di reddito generato dall’emissione monetaria e, nell’età adulta, ogni altra eventuale fonte di reddito derivante dal suo lavoro.

Se così non si fa, si fa politica solo per avallare un sistema monetario che è la più grande frode della storia umana, dato che permette di deprivare “legalmente” i cittadini del doppio dell’ammontare totale della moneta in circolazione, più gli “interessi”. Intanto i politici mangiano col loro reddito cinquanta volte superiore a quello del cittadino, per di più dicendo “mangevamo”, dato che oggi non occorre neanche sapere l’italiano per fare il politico: basta avallare il sistema della grande frode, mostrando la facciata del preoccuparsi per riforme o liberalizzazioni di questo o di quello.

Da anni, in interventi di diretta telefonica a radio radicale ho espresso personalmente più volte alla Bonino, a Della Vedova, ad Angius, e a molti altri politici, il contenuto preciso della frode, ponendo proposte e non proteste, però tutti hanno risposto che non erano intenditori di queste questioni, oppure hanno difeso lo status quo, arrampicandosi sui vetri, dato che lo status quo è indifendibile, dato che la putrescenza istituzionale è sotto gli occhi di tutti. Nessuno comunque è stato in grado di affermare che il contenuto di quanto dico, e di quanto studio dal 1972, è falso.

Pertanto sono arrivato alla convinzione che le riforme del sistema monetario e di quello finanziario non possono essere ottenute attraverso la sola opera dei politici, ammesso che siano essi stessi a chiederle. Esse non saranno possibili senza un sostegno pubblico veramente convincente. Perciò non mi rivolgo solo al piacentino Bersani, ma al piacentino che è in te che stai leggendo. Siamo tutti chiamati - nella misura in cui sappiamo vedere nella frode dell’odierna emissione monetaria la causa reale della miseria, e di ogni difficoltà economica - a lavorare perché la situazione cambi, girando queste informazioni ai politici, e dando loro il sostegno conoscitivo necessario. A fronte di un’epoca paradossalmente ricca di progresso tecnico e di un traboccante mondo di beni prodotti, cioè di ricchezza, al punto che l’apparato produttivo, avendo saturato da tempo i mercati di quanto occorreva alle collettività, si è dato da tempo alla produzione di pseudobeni, per la più parte inutili o addirittura inquinanti, ognuno deve fare del suo meglio in questa direzione. In tal senso ho approntato nel web una “Lettera aperta di cittadini alla Guardia di Finanza”, http://letterapertallagdf.blog.tiscali.it/, nella quale si chiede alla stessa di vigilare affinché le tasse le paghino anche le banche emittenti, dato che è notorio che invece - iscrivendo a debito i soldi che esse ci vendono non come materiale tipografico ma come merce avente il medesimo valore della banconota (come se quest’ultima fosse pagabile in oro al portatore) - non pagano tassa alcuna, ma la impongono al pubblico come debito.


www.socrate.tk

Inviato il 13.01.2007 alle 13:23 - 0 Comments - Invia un commento - Link

 

Testo dell'articolo "Un giardino epicureo grande quanto il mondo" di Nereo Villa ("Libertà" del 13 gennaio 2007):

 

In questo macabro periodo in cui si buttano neonati dalla finestra, si ammazzano genitori, si tagliano teste, si impicca in diretta, ed in cui si è pervasi da angoscia per disoccupazione, o per insolvenza ineluttabile di debitori per debiti non dovuti, per cui cresce senza precedenti nella storia la malattia sociale del suicidio, vorrei segnalare un forum internet, creato e gestito da giovani studenti, capace di offrire gratuitamente dispense dei più disparati autori che vanno dai presocratici fino ai pensatori contemporanei, idonee per tesi di laurea non solo in campo filosofico, ma anche in quelli di ogni scienza umanistica dall’educazione alla pedagogia sociale. Il forum è attivo da circa cinque anni col nome di “Forum della filosofia e dei suoi eroi” (http://www.socrate.tk/), ed è nato dall’entusiasmo e dalla speranza di creare una comunità virtuale su scala globale: una sorta di giardino epicureo grande quanto il mondo. In un mondo caratterizzato dalla carenza di pensiero come quello che la TV ogni giorno propina alle coscienze mettendo in evidenza tutto il negativo globale, il fatto che una comunità di ragazzi delle più disparate estrazioni sociali si ritrovi a dialogare di valori e del senso della vita, dimostra che l’assenza di pensiero, almeno nel mondo di internet, non è poi così drammatica. In verità, se si riflette, ci si accorge di un fatto quanto meno contraddittorio: la maggior parte dei conoscenti ed amici percepibili materialmente da ogni essere umano forma un mondo buono! Invece la TV propina attimo per attimo la tesi di un mondo cattivo, accompagnata dall’esigenza di super strutture protezionistiche come Europol, simili alla CIA o al KGB, o come l’Unione europea stessa che - a detta di molti scrittori espulsi dalla Russia e spediti in Siberia come, ad es., Vladimir Bukovski, o Alexander Zinov’ev, o di altri sopravvissuti al PCUS come la scrittrice croata Slavenka Drakulic - altro non è che una specie di reincarnazione dell’URSS (basta mettere in qualsiasi motore di ricerca internet l’equazione UE=URSS per accorgersene)! Dunque ben venga il pensiero e la ricerca, lo studio di Marx e del marxismo, di Hegel e dell’hegelismo, ecc., ma soprattutto ben venga la percezione della presenza di un individualismo non solo egoistico come si è abituati a credere, ma anche etico. Sì, perché oggi, data l’assenza totale di prospettive sociali offerte dai politici, è già un eroismo decidere di non suicidarsi. Di fatto, il suicidio uccide più adolescenti rispetto ad ogni altra malattia o causa naturale. Di ciò pochi parlano. Negli ultimi 45 anni, la percentuale di suicidi è aumentata del 60% nel mondo. Nei soli Stati Uniti, ogni due ore un giovane si toglie la vita. Ed “ogni 40 secondi nel mondo si attua un suicidio” (“Dolentium Hominum”, 1.5). La chiesa cattolica, dal canto suo, propone la sua dottrina sociale, ma mi sembra ancora lontana dall’incominciare essa stessa ad attuarla nella pratica. Infatti, posto che “una riforma strutturale nel sistema finanziario è urgente” (Giovanni Paolo II), potrebbe essere lo stesso Stato del Vaticano a creare (a mo’ di esempio da imitare) una propria moneta, libera dal debito. Al di là di questa attuazione (proposta e non protesta), resta la filosofia, o per lo meno, la corretta informazione. All’inizio del 2° libro del poema “Sulla natura”, Lucrezio (98-54 a.C.) celebrava come segue l’ideale epicureo della vita: “È dolce, quando i venti sconvolgono la superficie delle acque del mare sconfinato, osservare da terra il pericolo altrui: non già perché rechi gioia e piacere che qualcuno sia in difficoltà, ma perché è dolce osservare di quali mali tu stesso sei privo. Dolce è altresì osservare le grandi contese della guerra dispiegate nelle pianure, senza che tu corra alcun pericolo. Ma nulla è più dolce che abitare i luoghi sereni protetti dalla sapienza dei filosofi, da cui tu possa vedere ed osservare gli altri che vagano e, sbandati, cercano la via della vita; che gareggiano con l’ingegno, contendono in nobiltà di spirito, si affaticano giorno e notte senza tregua per emergere ai sommi fastigi ed impadronirsi del potere. Oh infelici menti degli uomini, oh animi ciechi!”. Dietro questa caratterizzazione dell’ideale, è facile scorgere la fedeltà di Lucrezio all’immagine serena del suo maestro Epicuro (341-271/270 a.C.), esempio concreto della sua stessa vita, che questo ideale riuscì ad incarnare ed a conservare intatto e coerente negli anni turbinosi in cui cadde la sua esistenza. Difensore della libertà della ragione contro il fanatismo religioso, Lucrezio, e sostenitore della responsabilità dell’uomo di fronte alle proprie azioni, Epicuro, questi due pensatori, sul modello del giardino ateniese, frutto del sapere e del dominio interiore, sembrano un po’ l’emblema del sopraccitato forum, al quale partecipano non solo addetti ai lavori ma tutti coloro che avendo a cuore la verità e le verità sociali, amano l’universalità del pensare umano, e soprattutto il futuro del nostro Paese. Non mancano i personaggi (dal mistico all’eccentrico, dal teologo all’ateo, con cui poter “litigare” in santa pace) e bellissime ragazze pensanti.


assurdo_diritto

Inviato il 29.12.2006 alle 16:44 - 0 Comments - Invia un commento - Link

 

Testo dell'articolo: "Assurdo il diritto alla morte se manca il diritto alla vita":

Come mai nessuno si accorge che è assurdo parlare di diritto alla morte in una società dove non c’è diritto alla vita? Non sarebbe più logico cercare di ottenere dallo Stato il diritto alla vita anziché quello alla morte?

Sono sempre esistite norme di diritto, non cartacee, ma naturali, ed anteriori ad ogni norma cartacea, le quali dovrebbero costituire il modello sulla cui base formulare le leggi cosiddette positive, e giudicare la loro validità.

Oggi invece avviene il contrario: la “carta”, il decreto, stabilisce il fondamento su cui costruire le leggi naturali del nascere e del morire. Penso che se vuoi costruire una casa cominci dalle fondamenta non dal tetto.

Le fondamenta sono l’inizio dell’“esistenza” della casa, e solo in base a quelle si può procedere a costruirla e, poi, a goderne i benefici. Ma se ci occupiamo del tetto della casa senza prima fare le fondamenta, siamo logici? No, perché nessuno farebbe una casa cominciando dal tetto. Invece in Italia si fa passare per cosa buona e giusta occuparsi di giusta morte quando vi è gente che muore di fame e non solo nel terzo mondo, ma anche qui in Italia. Ma che politica è mai quella di questi “radical chic” che, avendo pancia e portafoglio pieni, vanno a staccare spine credendosi benefattori dell’umanità? Dove sta il senso? E non mi riferisco qui al senso del “sacro”, bensì al fatto che moltissime altre “spine” sono staccate in silenzio e senza clamori, dato che si tratta di un’azione sacra nella misura in cui è privata.

Reputo insensato il volerla rovesciare nel pubblico o nelle fattispecie giuridico-politiche.

La politica si deve occupare della cosa pubblica e non della cosa privata. La morte è un fatto assolutamente individuale e privato. Lo Stato non dovrebbe occuparsene, ma garantirne la privacy.

Ormai siamo giunti alla pazzia con questa mania delle leggi che devono regolare tutto dell’essere umano (così che mangiamo banane lunghe un tot e mele col bollino) e ridurlo a robot in balia della carta, fino all’ultimo. L’eutanasia è praticata, da sempre, da medici di buon senso che, reputando inguaribile una persona, trovano il modo per accelerarne la morte.

Penso che moltissimi ne avranno avuto esperienza in famiglia. A parte questo, voglio comunque ribadire che l’uomo ha diritto prima di tutto alla vita! E non lo dico nel nello stile Rosy Bindi, cioè in modo vuoto, e senza indicarne i presupposti per attuarlo concretamente. I presupposti per attuare concretamente il diritto alla vita sono un’alternativa che è stata data da tempo!

Ed è stata data da tutti coloro che, avendo a cuore il benessere di tutti, si sono seriamente occupati di moneta. Mi riferisco a Steiner, Gesell, Douglas, Pound, e a molti altri ancora: moneta datata e di proprietà popolare! Quattro parole. La ricetta è sempre la stessa. Non ve ne sono altre. Che bisogno c'è di partiti? Che bisogno c'è di scrivere ancora nuove leggi? Perché se un muratore o un musicista vogliono creare qualcosa, possono farlo solo se hanno la proprietà dei loro strumenti personali per farlo.

Creare con la cazzuola o con una tastiera altrui, o presa in prestito, è come respirare sotto ossigeno propinato da anestesisti affaristi. Così è l’“economia” attuale. Non si può fare economia coi soldi altrui. E i politici queste cose devono saperle. E le sanno. Ma nessuno dice la verità, compresi i vanitosi radicali, con la loro mania della legalità. Occorre dirlo convinti che ciò è possibile, che ciò è indispensabile, e che ciò è divenuto e diverrà sempre più urgente.

Non sono per nulla contrario alla legalità, ma a quella che deve servire il diritto naturale alla vita, non quella che lo crea, perché esso è già insito nel momento in cui un bambino viene alla luce. O vogliamo davvero ricacciarlo nelle tenebre ritornando ad una sorta di hobbesiano assolutismo di Stato “democratico”? Nessuno sente la contraddizione? Che volontà può essere quella di un “popolo sovrano” che monopolizzando la “produzione” del diritto, non riesce più a riconoscere il proprio diritto naturale alla vita? È sana o alienata una simile volontà? Per me è alienata al massimo grado.

È il limite dell’uomo ragionante solo intellettualmente. Il pensare organico comprende non solo il primo livello logico (pensiero intellettuale) ma altri tre livelli logici (logica immaginativa, logica ispirativa, e logica intuitiva). La vita è ritmo, e ritmo di tutt’e quattro, in armonia fra loro come le quattro stagioni! Solo l’essere meramente intellettuale ed astratto usa il mero gelo invernale.

Ma così egli non ha vita. Dunque non ha ritmo, ed impazzisce. Platone incomincia una sua opera con le parole uno, due, tre, quattro, e ragiona in modo organico. Dopo l’uno c’è il due, perché se non ci fosse il due non ci sarebbe neanche il ritmo, che è, appunto, vita. E l’aritmetica proviene, anche etimologicamente, dal ritmo della vita stessa. Chi confonde l’aritmetica con la convenzione, reputa opinione anche la matematica (da buon alienato). Però l’unità di misura 1 non è l’unità aritmetica 1, che ha senso solo in ordine a ciò che si vuole misurare (l’unità di misura 1 come litro, l’unità di misura 1 come metro, ecc., sono, sì, convenzioni). Non così per l’unità aritmetica. Essa ha senso sempre. E non per convenzione.

Il divenire comporta il ritmo. Chi ragiona solo intellettualmente confonde l’unità di misura (convenzionale) con l’unità aritmetica (non convenzionale), e confonde l’evento col processo. Ma l’evento ripetuto non è già più un evento.

È, appunto per il pensare organico, un processo. Lo studio dei processi porta a scoprire le leggi della natura. Le leggi naturali astratte o scollegate dalla loro dimensione temporale producono avversione al giusnaturalismo e cretini.


Auguri_2006

Inviato il 18.12.2006 alle 15:20 - 0 Comments - Invia un commento - Link

Testo dell'articolo: Vorrei augurare a tutti i miei compaesani arquatesi ed a tutti i piacentini, amici e conoscenti un augurio nuovo per il 2006, attraverso l’albero di Natale e il numero 26. Sono 26 infatti le specie di albero di Natale (o abete bianco), e 26 è anche la somma dei valori numerici delle lettere che compongono il nome di Dio “Yhwh”. Sarà anche un caso. Altri casi simili sono i seguenti: entro 24 ore abbiamo approssimativamente 25.920 respiri, e questo è anche il numero di anni che il punto di primavera impiega per attraversare un intero cerchio zodiacale, detto “anno cosmico”, o “platonico”, o “anno del punto equinoziale”, o “anno del punto di primavera”, e l’astronomia, che arriva vicino a questo numero, lo conferma arrotondando a 26.000 anni. Ritorna il 26. Si può vedere ancora un’importante connessione di questo caso nella storia biblica: i patriarchi biblici sono 26: Adam, Set, Enos, Kenan, Mahaleel, Jared, Henoch, Methusalach, Lamech, Noè, Sem, Arpachsad, Salah, Eber, Peleg, Regu, Serug, Nahor, Tharah, Abraham, Jizchak, Jacob, Levi, Kahat, Amram e Moshè. Inoltre la 26ª lettera della prima frase ebraica della Bibbia, che dice: “in principio Dio creò il cielo e la terra, ecc...” è la lettera ALEF, valore numerico 1, e prima lettera dell’alfabeto di Gesù. Essa è formata da tre segni, che sono tre lettere: una “iod” in alto a destra, una “vav” al centro, trasversale, ed un’altra “iod” in basso a sinistra, speculare alla prima. Abbiamo anche qui un 26, formato dalla somma di questi tre rispettivi valori numerici: 10+6+10=26. Con ciò si può comprendere l’importanza dell’Uno per il monoteismo ebraico, e vedere come l’Uno ebraico sia strutturato in modo tri-unitario, cioè con tre segni, anche se nel monoteismo ebraico non è contemplata la Trinità!

Nella lingua germanica antica il termine “firaha” indicava infatti tanto l’abete quanto l’uomo, proprio perché, nella sua semplicità, l’abete ha qualcosa di grandioso: la verticalità del tronco, simile alla stazione eretta umana, alla dirittura dell’avere spina dorsale… tutto il resto è subordinato: il fusto è circondato di rami, che sono anch’essi come piccoli fusti secondari obliqui, sotto-ordinati a mo’ di satelliti, o di lune rispetto al loro pianeta. La forma base non si perde neanche nella ramificazione delle latifoglie, disposta a spirale. Vi è poi nel longevo abete un intenso processo siliceo, tanto che le sue ceneri contengono una significativa percentuale di silice (il silicio è infatti un emettitore di luce). Ciò fa dell’abete un amico della luce, del mistero, e del culto di essa: culto di Ur, Cultura, che è al contempo cultura del calore, dato che la facoltà delle conifere di attirare così fortemente le forze cosmiche del calore, vivendo in un clima freddo, fino a pervenire ad una abbondante genesi di essenze e di resine, ritorna a vivere in un braciere vitale interno, che può sfidare un lungo inverno e un grande freddo. La simbologia dell’albero di Natale, rispetto a quella del “presepio”, riconduce così agli elementi del cielo e del “celato”, rispetto a quelli del terrestre e dell’“incarnato”. In tal modo rispetto al “culto della luce”, la cultura del “presepio” è come un’attesa: che il cielo fecondi la terra materiale di immateriale cultura. Infatti l’albero di Natale è l’abete; ma che forma ha l’abete? La forma della sua chioma rassomiglia ad una A, inizio dell’alfabeto, e inizio della cultura. Nel Nord Europa era infatti riservato all’abete, lettera A dell’alfabeto degli alberi, il primo giorno del solstizio invernale. Lo si celebrava nella notte tra il 24 e il 25 dicembre, giorno tradizionale della nascita del Divino Bambino, Sole e Luce. Con l’avvento del cristianesimo divenne l’albero di Natale. Le lettere A e B, in greco “alfa” e “beta”, ed in ebraico “alef” e “bet”, formano oltretutto la parola “alfa-beto”. L’”A-bete” simboleggiava dunque un’espressione letterale, alfabetica, della nascita di tutte le cose. Ecco perché era celebrato a “Natale”!

La vita culturale attuale, fluita via dalla nostra vita, e del tutto astrattizzata, ideologizzata, vale a dire divenuta una somma di pensieri per nulla concreti, ma ripetuti alla gente come mere parole senza contenuto è divenuta menzogna in pillole e fazioni: i credenti nell’albero guerreggiano i credenti nel presepio, bombardandosi a vicenda. Sotto una simile vita culturale è venuto sviluppandosi l’attuale caos sociale, in cui l’astratto domina il concreto. Infatti non può essere feconda per l’umanità una vita spirituale sotto la tutela di una confessione religiosa in lotta con un’altra, né una vita spirituale conservata e difesa dallo Stato, né una vita spirituale ansimante sotto il peso dell’economia, ma solo la vita spirituale e/o culturale basata su se stessa.

Ma chi ha il coraggio oggi, vale a dire la “spina dorsale” di affermare liberamente e francamente di fronte al mondo che la vita spirituale deve poggiare sul proprio terreno? Possibile che solo Sgarbi sia stato capace di dire che sarebbe davvero meglio chiudere tutte le scuole di Stato?


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