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nereovillanews
Home - Profilo - Archivi - Amici - Album fotograficoAuguri_2006Inviato il 18.12.2006 alle 15:20 - Invia un commento
Testo dell'articolo: Vorrei augurare a tutti i miei compaesani arquatesi ed a tutti i piacentini, amici e conoscenti un augurio nuovo per il 2006, attraverso l’albero di Natale e il numero 26. Sono 26 infatti le specie di albero di Natale (o abete bianco), e 26 è anche la somma dei valori numerici delle lettere che compongono il nome di Dio “Yhwh”. Sarà anche un caso. Altri casi simili sono i seguenti: entro 24 ore abbiamo approssimativamente 25.920 respiri, e questo è anche il numero di anni che il punto di primavera impiega per attraversare un intero cerchio zodiacale, detto “anno cosmico”, o “platonico”, o “anno del punto equinoziale”, o “anno del punto di primavera”, e l’astronomia, che arriva vicino a questo numero, lo conferma arrotondando a 26.000 anni. Ritorna il 26. Si può vedere ancora un’importante connessione di questo caso nella storia biblica: i patriarchi biblici sono 26: Adam, Set, Enos, Kenan, Mahaleel, Jared, Henoch, Methusalach, Lamech, Noè, Sem, Arpachsad, Salah, Eber, Peleg, Regu, Serug, Nahor, Tharah, Abraham, Jizchak, Jacob, Levi, Kahat, Amram e Moshè. Inoltre la 26ª lettera della prima frase ebraica della Bibbia, che dice: “in principio Dio creò il cielo e la terra, ecc...” è la lettera ALEF, valore numerico 1, e prima lettera dell’alfabeto di Gesù. Essa è formata da tre segni, che sono tre lettere: una “iod” in alto a destra, una “vav” al centro, trasversale, ed un’altra “iod” in basso a sinistra, speculare alla prima. Abbiamo anche qui un 26, formato dalla somma di questi tre rispettivi valori numerici: 10+6+10=26. Con ciò si può comprendere l’importanza dell’Uno per il monoteismo ebraico, e vedere come l’Uno ebraico sia strutturato in modo tri-unitario, cioè con tre segni, anche se nel monoteismo ebraico non è contemplata Nella lingua germanica antica il termine “firaha” indicava infatti tanto l’abete quanto l’uomo, proprio perché, nella sua semplicità, l’abete ha qualcosa di grandioso: la verticalità del tronco, simile alla stazione eretta umana, alla dirittura dell’avere spina dorsale… tutto il resto è subordinato: il fusto è circondato di rami, che sono anch’essi come piccoli fusti secondari obliqui, sotto-ordinati a mo’ di satelliti, o di lune rispetto al loro pianeta. La forma base non si perde neanche nella ramificazione delle latifoglie, disposta a spirale. Vi è poi nel longevo abete un intenso processo siliceo, tanto che le sue ceneri contengono una significativa percentuale di silice (il silicio è infatti un emettitore di luce). Ciò fa dell’abete un amico della luce, del mistero, e del culto di essa: culto di Ur, Cultura, che è al contempo cultura del calore, dato che la facoltà delle conifere di attirare così fortemente le forze cosmiche del calore, vivendo in un clima freddo, fino a pervenire ad una abbondante genesi di essenze e di resine, ritorna a vivere in un braciere vitale interno, che può sfidare un lungo inverno e un grande freddo. La simbologia dell’albero di Natale, rispetto a quella del “presepio”, riconduce così agli elementi del cielo e del “celato”, rispetto a quelli del terrestre e dell’“incarnato”. In tal modo rispetto al “culto della luce”, la cultura del “presepio” è come un’attesa: che il cielo fecondi la terra materiale di immateriale cultura. Infatti l’albero di Natale è l’abete; ma che forma ha l’abete? La forma della sua chioma rassomiglia ad una A, inizio dell’alfabeto, e inizio della cultura. Nel Nord Europa era infatti riservato all’abete, lettera A dell’alfabeto degli alberi, il primo giorno del solstizio invernale. Lo si celebrava nella notte tra il 24 e il 25 dicembre, giorno tradizionale della nascita del Divino Bambino, Sole e Luce. Con l’avvento del cristianesimo divenne l’albero di Natale. Le lettere A e B, in greco “alfa” e “beta”, ed in ebraico “alef” e “bet”, formano oltretutto la parola “alfa-beto”. L’”A-bete” simboleggiava dunque un’espressione letterale, alfabetica, della nascita di tutte le cose. Ecco perché era celebrato a “Natale”! La vita culturale attuale, fluita via dalla nostra vita, e del tutto astrattizzata, ideologizzata, vale a dire divenuta una somma di pensieri per nulla concreti, ma ripetuti alla gente come mere parole senza contenuto è divenuta menzogna in pillole e fazioni: i credenti nell’albero guerreggiano i credenti nel presepio, bombardandosi a vicenda. Sotto una simile vita culturale è venuto sviluppandosi l’attuale caos sociale, in cui l’astratto domina il concreto. Infatti non può essere feconda per l’umanità una vita spirituale sotto la tutela di una confessione religiosa in lotta con un’altra, né una vita spirituale conservata e difesa dallo Stato, né una vita spirituale ansimante sotto il peso dell’economia, ma solo la vita spirituale e/o culturale basata su se stessa. Ma chi ha il coraggio oggi, vale a dire la “spina dorsale” di affermare liberamente e francamente di fronte al mondo che la vita spirituale deve poggiare sul proprio terreno? Possibile che solo Sgarbi sia stato capace di dire che sarebbe davvero meglio chiudere tutte le scuole di Stato? |
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