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piloro

Inviato il 7.03.2007 alle 11:27 - Invia un commento

Testo:

Nel 1971, l’eliminazione dell’oro a garanzia della banconota determinò un’ipertrofia del contenuto concettuale del pil (prodotto interno lordo), il cui calcolo, prima di quella data era ritenuto, a ragione, impossibile. Pensando all’oro ed al pil nella misura in cui il pil è un vero rebus di scelleratezze, enigmisticamente si può facilmente arrivare alla parola “piloro”, cioè alla valvola di passaggio del cibo dallo stomaco all’intestino. Sarà forse per questo motivo che provo nausea ogni volta che sento parlare del pil, anche e soprattutto perché tutti i sostenitori della dottrina del pil eccedono nella quantità di cibo ingerito in rappresentanza del cittadino sempre più affamato? In ogni caso, per prenderla sul ridere, questa patologica ipertrofia del concetto di pil a discapito dell’oro, io la chiamo “ipertrofia del piloro”, malattia per la quale sembra non esservi rimedio… Non solo. Oltre all’ipertrofia del piloro, vi è pure una vera e propria tradizione del pil come pilastro della truffa, che tutti tramandano facendo finta che l’emissione di moneta senza garanzia dell’oro abbia oggi la garanzia di un pil che in realtà è calcolato ad occhio, dato che scientificamente tale calcolo è impossibile. Questo calcolo infatti incominciò ad essere spacciato come dato economico indiscutibile  dopo la conversione in massa degli economisti universitari “ad usum delphini” i quali dal 1971, in nome del pil, iniziarono a vaneggiare, affermando l’inaudito, vale a dire attribuendo valore positivo a fenomeni considerati fino ad allora unanimemente massimamente negativi quali, per esempio, la malattia, l’inquinamento, l’inefficienza dell’amministrazione pubblica, la criminalità, e molte altre cose aberranti. Mediante tale conversione al male si finì per considerare il pil come una vera e propria misura del benessere, pur non essendo affatto tale, come risulta dalle considerazioni seguenti. È infatti nauseabondo registrare negativamente il valore del tempo libero: nell’ottica del pil, se la gente preferisce lavorare di meno, diminuisce il pil. Invece nella realtà è vero il contrario, dato che solo l’aumento del pil può ispirare nella gente il desiderio attuabile di avere più tempo a disposizione.  È nauseabondo chiamare aumento - anziché diminuzione - del benessere comune la crescita del pil, se questa crescita avvantaggia i ricchi e nello stesso tempo svantaggia i poveri aumentandone il numero. È nauseabondo considerare improduttivo per il pil il lavoro della casalinga in quanto servizio prestato non a pagamento, e considerare benessere l’eventuale malessere della stessa costretta ad assumere a pagamento una collaboratrice. Lo stesso dicasi in generale per i lavori “fai da te” e per il volontariato. È nauseabondo che sanità, giustizia ed istruzione, non avendo prezzi di mercato, valgano in base a quanto lo Stato spende per produrli, se per produrli “gratuitamente” si impiegano molti più mezzi del necessario in un contesto di pessima organizzazione che ne gonfia il valore di servizi pubblici e di pil. Inoltre è nauseabondo a parità di costo per il pil un servizio di pessima qualità ed un altro servizio di qualità ottima: il servizio inefficace, che manca completamente gli obiettivi prefissati, invece di venire considerato come una perdita di risorse, viene anch’esso sommato al pil.  È infatti nauseabondo che nell’ottica del pil, il contributo al benessere fornito da un certo bene o servizio sia dato dal suo prezzo di mercato, senza nessuna considerazione per la sua qualità. In questo contesto infatti l’“ipertrofia del pil-oro” è massimamente percepibile, dato che in tale ottica un milione di euro in alimenti di prima necessità contribuisce al benessere esattamente quanto un milione di euro in sigarette o in mine antiuomo. In tale patologia del pensare, il male diventa il bene, e viceversa. Sembra incredibile, ma è così: se per esempio vi sono due industrie che producono la stessa cosa, ma con la differenza che una impiega una tecnologia pulita, mentre l’altra una tecnologia altamente inquinante, dal punto di vista del pil, uguali quantità di prodotto delle due industrie in questione apportano esattamente lo stesso contributo al benessere, dato che i danni causati all’ambiente e alla salute delle persone non sono tenuti in considerazione nel calcolo del pil, anzi: poiché i danni arrecati all’ambiente ed alla salute richiedono interventi riparatori a spese della collettività, l’industria che inquina, indirettamente contribuisce al pil più di quella che non inquina. E ancora: è nauseabondo dire che in base al pil l’aumento della criminalità produca benessere. Infatti, per difendersi dai criminali, i cittadini sono costretti ad acquistare sistemi di allarme, a ricorrere ai servizi di vigilanti privati, a contrarre polizze di assicurazione, ed anche lo Stato reagisce, rafforzando i corpi di polizia e le strutture giudiziarie, e facendo in tal modo aumentare il pil. Di fronte alla presa d’atto che il pil non è un valido indicatore del benessere, gli economisti convertiti ed i politici, camerieri dei banchieri, lo usano ugualmente perché così fanno tutti, e per una sorta di ipnosi collettiva in cui si è convinti che un certo comportamento è giusto in quanto è seguito dalla maggioranza. Ecco perché la crescita del pil, che va a beneficio soprattutto dei grandi manipolatori di capitali (detentori del potere economico, che hanno tutto l’interesse a perpetuare l’abitudine di identificare l’aumento del benessere con la crescita del pil) ha disastrose conseguenze negative che ricadono sulla collettività. Per concludere ironicamente si potrebbe dire che è nata una nuova tradizione: la “tradizione del piloro”, che fa sì che i politici continuino a mangiare in rappresentanza del popolo.


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